Una storia di traumi, memoria e silenzi. Dal 22 ottobre al Ridotto del TSS il testo premiato con il Nestroy, diretto da Igor Pison. Una vicenda familiare ambientata nel Tirolo del dopoguerra, tra ferite private, memoria storica e segreti mai svelati.
Un debutto che inaugura la nuova stagione del TSS con un’opera di grande sensibilità, capace di ricordare come le ferite della Storia continuino a scorrere, spesso invisibili, nelle vene delle persone e dei luoghi.
Una storia familiare che si intreccia con le ombre della Storia, dove i traumi del passato riaffiorano attraverso silenzi, gesti quotidiani e legami difficili da costruire. È Vene (Adern), il testo della giovane drammaturga tirolese Lisa Wentz, che debutta per la prima volta in assoluto in Italia con la produzione che inaugura la stagione 2026/2027 del Teatro Stabile Sloveno di Trieste.
L’opera, insignita nel 2022 del prestigioso Premio Nestroy a Vienna, arriva sul palcoscenico nella traduzione slovena di Štefan Vevar, con sovratitoli in italiano, e nella lettura registica di Igor Pison. Al centro, una vicenda ambientata in Austria tra il 1953 e il 1974, capace di raccontare con sensibilità e profondità le conseguenze delle ferite individuali e collettive.
Una famiglia, un passato che non passa
Dopo aver letto un annuncio sul giornale, Alojzija, madre single, decide di trasferirsi in un villaggio di montagna per sposare Rudolf, un vedovo che lavora come minatore ed è padre di cinque figli. Entrambi cercano sostegno e una nuova possibilità di vita, ma la costruzione di un rapporto si rivela tutt’altro che semplice.
Le esperienze dolorose che si portano dietro condizionano il loro avvicinamento, rendendolo impacciato e fragile, ma anche attraversato da una tenerezza inattesa. Come sottolinea il traduttore Štefan Vevar, tra i protagonisti nasce un’intesa silenziosa e profonda, sostenuta da un calore sentimentale goffo, che fatica a trovare le parole per esprimersi.
Intorno a loro prende forma un mondo alpino segnato dal declino dell’industria mineraria, dove l’estrazione di rame e argento ha rappresentato per generazioni una parte fondamentale dell’identità locale. Un territorio che non fa soltanto da sfondo alla vicenda, ma ne custodisce le tracce, i caratteri e i destini.
Le ferite della Storia nelle vene della montagna
Il dramma individuale di Rudolf si lega a una pagina oscura della storia del Tirolo: quella dei lavori forzati durante il nazismo. La montagna Silberberg ospitava infatti attività legate alla produzione del Messerschmitt Me 262, il caccia a reazione tedesco impiegato durante la Seconda guerra mondiale. In quel contesto, uomini furono costretti a lavorare in condizioni brutali, mentre le loro storie sono rimaste a lungo nell’ombra.
È la stessa Lisa Wentz a interrogarsi su questa memoria rimossa, evocando le vittime di cui non conosciamo ancora pienamente i nomi e le vicende: chi erano, quanti morirono e chi contribuì a farli tacere?
La domanda attraversa lo spettacolo e ne rivela una delle chiavi di lettura: il passato non scompare, ma continua a vivere nelle persone, nelle famiglie e nei luoghi. Proprio come suggerisce il titolo Vene, la memoria scorre sotto la superficie, legando le esistenze individuali a una storia più grande.
La montagna come personaggio
Nella regia di Igor Pison, il paesaggio tirolese assume un ruolo centrale, fino a diventare un personaggio non scritto. La montagna è presenza viva, custode di memorie e testimone silenziosa delle vicende umane.
A darle voce contribuiscono le musiche originali del compositore triestino Marko Jugovic, che costruiscono un dialogo tra i protagonisti e la natura che li circonda. La dimensione sonora si intreccia così con quella familiare e storica, restituendo il senso di un territorio che continua a influenzare le vite dei suoi abitanti.
Anche la lingua contribuisce all’autenticità del racconto. Lisa Wentz sceglie un registro popolare, lontano dalla lingua standard e vicino al dialetto tirolese. Le traduzioni cercano di conservarne la spontaneità attraverso una parlata immaginaria di ambiente alpino e rurale.
Le scene e il disegno luci sono firmati da Paolo Vitale, mentre i costumi sono di Ana Janc.
Un cast tra Slovenia e Italia
A interpretare Rudolf sarà Rok Vihar, attore ospite del Teatro nazionale di Lubiana, mentre il ruolo di Alojzija è affidato a Nikla Petruška Panizon, attrice della compagnia stabile del Teatro Stabile Sloveno.
Completano il cast Tina Gunzek, Danijel Malalan e Pia Skvarča, giovane attrice di teatro e cinema al suo debutto al TSS.
Nata nel 1995 in Tirolo, Lisa Wentz si è formata all’Accademia d’arte drammatica di Vienna e ha poi proseguito gli studi in scrittura drammatica all’Università delle Arti di Berlino. Dopo essersi fatta notare con Aschewolken (Nubi di cenere), ha raggiunto un importante riconoscimento con Adern, premiato nel 2021 con il Premio Retzhofer per la drammaturgia e, dopo il debutto all’Akademietheater di Vienna, con il Premio Nestroy nel 2022.
A conquistare Igor Pison è stata soprattutto la capacità dell’autrice di dare voce a ciò che rimane inespresso. Per il regista, la forza della scrittura di Wentz sta proprio nell’uso delle parole, che non si limitano a raccontare una storia, ma lasciano immaginare tutto ciò che accade intorno alle battute. Una qualità rara, capace di trasformare il non detto in una presenza teatrale potente.
Repliche
Dal 23 ottobre al 29 novembre seguiranno le repliche per gli abbonati, mentre il 30 novembre lo spettacolo sarà presentato al pubblico di Gorizia al Kulturni center Lojze Bratuž.
Tutte le rappresentazioni saranno accompagnate da sovratitoli in italiano, consentendo anche al pubblico italofono di avvicinarsi a questa intensa storia di famiglia e memoria.





