Nella Sala Bobi Bazlen di Palazzo Gopcevich, l’incontro organizzato da Hortus Mentis nell’ambito di Barcolana Cultura ha affrontato il rapporto tra linguaggio, comunicazione digitale e capacità di comprendere la complessità del mondo.
Sabato 10 ottobre, alla vigilia della 58ª edizione della Barcolana, mentre Trieste si preparava ad accogliere la storica regata, la Sala Bobi Bazlen di Palazzo Gopcevich ha ospitato Un mare di parole, una conferenza dedicata al linguaggio e alle trasformazioni della comunicazione contemporanea.
L’incontro, iniziato alle 11 e organizzato dall’associazione culturale giovanile Hortus Mentis in collaborazione con Barcolana Cultura, ha visto protagonista Irene Lo Faro, filosofa del linguaggio, docente e ricercatrice all’Università di Bamberga.
Fondata nel 2025 dall’iniziativa di sette ragazze e ragazzi allora liceali, Hortus Mentis aveva già promosso, nella prima metà dell’anno, un ciclo di incontri dedicati al tema della felicità, affrontato attraverso prospettive differenti, dalla letteratura greca e italiana all’economia.
Con Un mare di parole, l’associazione ha proposto una riflessione su un tema particolarmente attuale: la progressiva semplificazione del linguaggio, soprattutto nella comunicazione digitale, e le sue conseguenze sulla capacità di interpretare la realtà.
Le parole come strumenti per comprendere il mondo
Davanti a una sala gremita, con una significativa presenza di giovani, Irene Lo Faro ha introdotto i principi della filosofia del linguaggio partendo da esempi tratti dalla propria esperienza quotidiana.
Uno di questi riguarda la difficoltà di tradurre in un’altra lingua espressioni che, all’interno di una determinata cultura, possiedono un significato immediatamente riconoscibile. È il caso della definizione dialettale di «persona coccola», utilizzata dalla relatrice per spiegare come non sempre esista una corrispondenza precisa tra parole appartenenti a lingue diverse.
Il linguaggio, ha spiegato, non costituisce soltanto un insieme di vocaboli, ma rappresenta uno strumento attraverso il quale osserviamo, distinguiamo e interpretiamo ciò che ci circonda.
A questo proposito è stato richiamato anche il noto esempio delle numerose parole utilizzate dalle popolazioni inuit per distinguere differenti condizioni della neve: un modo per illustrare come le necessità culturali e ambientali possano influenzare la costruzione del vocabolario.
Disporre delle parole appropriate significa quindi poter riconoscere e comunicare concetti che, diversamente, rischierebbero di rimanere indistinti.
La comunicazione digitale e il rischio della semplificazione
Dalle riflessioni generali sul linguaggio, la conferenza si è spostata sulle modalità della comunicazione contemporanea, con particolare attenzione ai social network.
Il punto di partenza era già contenuto nella presentazione dell’evento: «7 secondi: il tempo che in media dedichiamo ad un contenuto online. Semplificare il linguaggio significa davvero ridurre la complessità del mondo?».
Secondo quanto illustrato dalla relatrice, piattaforme come Instagram e TikTok favoriscono contenuti capaci di attirare rapidamente l’attenzione. In questo contesto vengono privilegiati messaggi brevi, immediati, emotivamente coinvolgenti e facilmente riproducibili.
La necessità di comunicare in pochi secondi può però comportare una riduzione della complessità degli argomenti trattati, favorendo una progressiva uniformità delle forme espressive.
A questo fenomeno si affianca, secondo l’analisi proposta durante l’incontro, la diminuzione delle abitudini di lettura tra i giovani, con possibili conseguenze sull’ampiezza del vocabolario e sulla capacità di articolare ragionamenti complessi.
La questione non riguarda soltanto la ricchezza della lingua. Un patrimonio lessicale più limitato può rendere difficile descrivere con precisione esperienze, emozioni e concetti, incidendo anche sulla possibilità di confrontarsi e comprendere gli altri.
Il linguaggio è infatti una pratica condivisa: la sua progressiva semplificazione rischia di impoverire non soltanto l’espressione individuale, ma anche la qualità delle relazioni e del confronto pubblico.
Una riflessione che prosegue anche sui social
Attraverso esempi quotidiani e un linguaggio accessibile, Irene Lo Faro ha accompagnato il pubblico in un percorso che ha collegato i principi della filosofia del linguaggio alle abitudini comunicative contemporanee.
La relatrice svolge anche attività di divulgazione su Instagram attraverso il profilo @aka_spritz, dove propone analisi del linguaggio utilizzato nella propaganda politica e approfondimenti sui meccanismi della comunicazione.
Proprio la sua presenza sui social rappresenta un ulteriore elemento di interesse rispetto al tema affrontato: le piattaforme digitali, pur favorendo forme di comunicazione rapide e semplificate, possono essere utilizzate anche per proporre contenuti articolati e occasioni di approfondimento.
L’incontro promosso da Hortus Mentis ha così portato al centro dell’attenzione una questione che attraversa la vita quotidiana, la formazione e il dibattito pubblico: quanto la disponibilità delle parole influenzi la nostra capacità di comprendere il mondo e di comunicarlo agli altri.





