Vincitore del Premio Strega 2026, il romanzo è la storia di una bizzarra ‘riffa sulla vita’ fra ex compagni di liceo; gli ultimi tre ex compagni che, all’estremo della vecchiaia,sopravviveranno, si divideranno il ricco montepremi (rimpinguato pro quota a ogni rimpatriata annuale dai concorrenti in vita).
Il lato nascosto dei rapporti umani
Il meccanismo della riffa e la brama del premio finale scatenano la meschinità e l’ingordigia degli ex compagni di classe (e anche qualcosa di peggio). Da questo punto di vista, I convitati di pietra è un libro sul lato nascosto e subdolo dei rapporti umani, e sulle frustrazioni, piccolezze, crudeltà ed egoismi che si celano dietro le amicizie di lunga data.
Un libro Cuore senza cuore da boomers meneghini di una generazione già quasi passata, che leggeva la Rechercheal liceo, organizza cene di classe ogni anno e può ancora permettersi una casa in centro. In questo senso, molto del materiale ha del già visto, da Compagni di scuola e FinalDestination, citati nella quarta di copertina, al Grande Freddodi Lawrence Kardan, Amici miei di Monicelli e Regalo di Natale (con Rivincita) di Avati, fino ai romanzi di Agatha Christie. Il sapiente e sagace cinismo, che pervade il libro, fino a qualche anno fa mi avrebbe anche divertito; oggi però se ne vede talmente tanto nella vita reale che leggerlo anche sui libri risulta piuttosto noioso.
Una lettura esistenziale
Tuttavia, il romanzo ha anche un lato più profondo ed esistenziale (a suo modo, ancora più inquietante). Calvino scriveva che il senso ultimo a cui rimandano tutti i racconti ha due facce: la continuità della vita, l’inevitabilità della morte. Qui la vita e la morte sono avvinghiate in un corpo a corpo sottile ma inesorabile. La lotta senza esclusione di colpi per un premio che, per ragioni biologiche, anche i vincitori non potranno mai spendere, è uno di quei sublimi espedienti che, come fa notare Pascal, gli uomini impiegano per non affrontare la scomoda questione del (non)senso della vita. Del resto, viene da chiedersi, se non buttassimo molta della nostra vita a scannarci per un pezzettino dell’aiuola che ci fa tanto feroci, forse non sapremmo come ammazzare il tempo. Insomma, un’altra storia sul differire la vita vera in un’attesa vana (sia essa della pensione o della vita eterna). In questo senso, non è forse un caso che la storia sia ambientata nella stessa Milano in cui, più di ottant’anni prima, Dino Buzzati aveva scritto Il deserto dei Tartari. Alla fine, però, i tre ex compagni superstiti ricevono in dono, anche in rappresentanza degli altri, la rivelazione del significato profondo del loro esistere che, in virtù del legame insolubile tessuto sottotraccia dalla riffa, non può che esprimersi nel loro essere insieme.
Uno stile elegante
Per quanto non sensazionale, il libro è obiettivamente scritto benissimo, anche troppo. Mari è uno scrittore di grande maestria e purtroppo lo sa, se ne bea, ne fa sfoggio. Però, in un momento in cui i romanzi tendono a essere spesso piuttosto sciatti, se questo è il prezzo da pagare per un libro colto e dallo stile elegante, curato e non improvvisato, io lo perdono.





