Con Elektra, il Teatro Verdi di Trieste conclude la stagione lirica 2025-2026 con una produzione destinata a lasciare il segno. Il capolavoro di Richard Strauss, su libretto di Hugo von Hofmannsthal tratto dalla tragedia di Sofocle, trova nella nuova realizzazione triestina una sintesi esemplare tra eccellenza musicale e forza visionaria, conquistando il pubblico con un allestimento di respiro internazionale accolto da un’autentica ovazione.
L’opera, tra i vertici del teatro musicale del Novecento, trova a Trieste una lettura capace di coniugare fedeltà alla partitura e forte originalità scenica. Al centro del successo vi sono la direzione musicale di Enrico Calesso e la regia di Marco Filiberti, autore della sua prima regia lirica, che affronta il capolavoro straussiano come un viaggio nell’inconscio e nelle pulsioni più oscure dell’animo umano.
Calesso offre una delle prove più mature della sua carriera, dimostrando una profonda affinità con il linguaggio di Strauss. La sua direzione mantiene costantemente alta la tensione drammatica, governando con lucidità una partitura tra le più impervie del repertorio. Pur disponendo di un organico ridotto rispetto a quello originariamente previsto dal compositore, riesce a ottenere dall’Orchestra del Verdi un suono compatto, ricco di colori e di straordinaria intensità, capace di alternare esplosioni orchestrali e improvvise rarefazioni liriche con grande equilibrio.
Se la componente musicale convince pienamente, la regia di Filiberti imprime una lettura altrettanto convincente. Il regista abbandona ogni realismo descrittivo per costruire un universo sospeso, simbolico e profondamente evocativo, dove la tragedia degli Atridi assume un valore universale. La vicenda di Elektra diventa così la rappresentazione dei conflitti interiori, dell’ossessione, della colpa e della sete di vendetta che abitano l’essere umano.
L’impianto scenico, realizzato insieme a Benito Leonori, si fonda su immagini di grande forza teatrale. Un monumentale sipario dorato introduce il pubblico in una dimensione mitica, mentre l’orchestra, collocata sul fondo del palcoscenico, entra a far parte della drammaturgia stessa. Al centro della scena domina una grande vasca fumante, memoria dell’assassinio di Agamennone, luogo rituale da cui emergono fantasmi, ricordi e apparizioni, trasformando lo spazio scenico in una metafora dell’inconscio.
Il suo stile registico calza a pennello con il clima di Elektra. La forte impronta visionaria e simbolica, che contraddistingue le sue messinscene, trasforma la storia in uno spazio mentale, sottrae l’azione a un realismo descrittivo per collocarla in un ambiente sospeso, essenziale ma pienamente evocativo.
Filiberti colloca la tragedia della figlia di Agamennone in una vicenda universale, in cui, in una risonanza universale, campeggiano le eterne pulsioni dell’animo umano. A rendere l’atmosfera del dramma onirica e perturbante, in cui si muovono le figure archetipiche, imposta spazi non pienamente definiti, appena accennati, simboli di una bellezza in decadenza, pregni di un senso di rovina.
L’idea scenografica concepita assieme a Benito Leonori si fonda su tre felici intuizioni dell’allestimento: un immenso e scintillante sipario dorato di grande bellezza che ci introduce, come una dichiarazione di intenti, in un mondo mitologico ed eterno; l’orchestra sul fondo del palcoscenico, essa stessa elemento drammaturgico assieme ai gesti armoniosi del suo direttore; l’introduzione di un proscenio che ospita una grande vasca (Agamennone fu ucciso mentre faceva il bagno) fumante di vapori, spazio rituale e al tempo stesso contenitore di memorie ed eventi, luogo di apparizioni ed evocazioni, deliri e ricordi dolorosi. Da essa emergono, come dal nostro inconscio, personaggi e fantasmi in un continuo dialogo ma anche diventa punto focale dell’azione che abbatte la quarta parete.
Una lettura chiara e raffinata la sua, estetizzante e sensuale al tempo stesso, dove il magistrale disegno luci di Alessandro Carletti, gli affascinanti costumi di Daniele Gelsi e le coreografie di Emanuele Burrafato arricchiscono con equilibrio ed eleganza la narrazione, concorrendo a costruire immagini di grande intensità drammaturgica.
Il risultato è una successione di quadri visionari, popolati da corpi insanguinati, figure spettrali e presenze simboliche che amplificano la dimensione psicologica dell’opera.
Colpisce in questo allestimento la ricerca dell’interiorità dei personaggi: la si osserva nei gesti misurati, nelle pose quasi rituali dei cantanti, a cui Filiberti imprime una recitazione stilizzata e una precisa geometria dei corpi nello spazio. Tutta l’azione esteriore dell’antica tragedia di Sofocle si trasforma così nella manifestazione del conflitto psicologico, delle pulsioni di eros e di thanatos.
Al centro di questo universo immaginario si colloca, come si diceva, la direzione di Enrico Calesso, autentico artefice musicale della serata. Con una delle partiture più impervie dell’intero repertorio novecentesco, il maestro raggiunge un equilibrio esemplare tra violenza espressiva e trasparenza sonora. L’Orchestra del Verdi risponde con una prestazione di livello eccezionale: compatta, potente, ricca di colori e capace di restituire tanto la brutalità delle esplosioni orchestrali quanto le improvvise rarefazioni liriche che attraversano la scrittura straussiana di quest’opera.
Sul piano vocale, il doppio cast si attesta su livelli di qualità se non addirituttura altissimi. A partire dal primo: l’Elektra di Elena Batoukova-Kerl domina la scena con impressionante intensità drammatica e sicurezza tecnica; accanto a lei brillano la Clitennestra di Okka von der Damerau, potente e magnetica, e la Crisotemide di Simone Schneider, luminosa e vocalmente impeccabile. Le tre protagoniste mantengono alta la tensione drammatica con una presenza scenica di alta classe per le quasi due ore di spettacolo.
Completano efficacemente il quadro l’Oreste di Mikhail Petrenko e l’Egisto di Alexander Schulz, perfettamente inseriti nel disegno registico e musicale. Ottimo il livello anche i dei coprotagonisti a partire dal Coro femminile, preparato da Paolo Longo. Eccellente la prestazione delle cinque ancelle (Sophie Haagen, Benedetta Marchesi, Marta Lotti, Veronica Prando, Mandy Fredrich ).
Il Teatro Verdi chiude così la stagione con una produzione di respiro internazionale, capace di trasformare una tragedia antica in un’esperienza teatrale totale, dove musica, corpo, luce e spazio concorrono a creare uno spettacolo di rara intensità che rimarrà nella memoria.





